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scrizioni reative al rispetto delle persone e ad essere accorti nel parlare.

  • «Di coloro che vogliono intraprendere questa vita e come devono essere ricevuti – […] E tutti i frati si vestano di abiti vili che possano rattoppare con sacco e altre pezze con la benedizione di Dio. I quali ammonisco ed esorto di non disprezzare e di non giudicare gli uomini che vedono vestiti di abiti molli e colorati e usano cibi e bevande delicate, ma piuttosto ciascuno giudichi e disprezzi se stesso» [RFb - cap. II].
  • «Del Divino Ufficio e del digiuno e come i frati debbono andare per il mondo – […] Consiglio poi, ammonisco ed esorto i miei frati nel Signore Gesù Cristo che, quando vanno per il mondo, non litighino ed evitino le dispute di parole, né giudichino gli altri; ma siano miti, pacifici e modesti, mansueti e umili, parlando onestamente con tutti, così come conviene. […]» [RFb - cap. III].

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Ma il tema della “de taciturnitate”, del “silenzio” e del “divieto di mormorare” è stato affrontato in maniera più approfondita e dettagliata nel prologo e nei 73 capitoli della Regola di San Benedetto scritta attorno al 529. Nel capitolo IV tra le prescrizioni definite “gli strumenti delle opere buone”, si trovano: «[…] Non fare ingiurie ma sopportare con pazienza quelle ricevute. […] Non mormoratore. Non detrattore. […] Custodire la bocca dei cattivi discorsi. Non amare le molte chiacchiere. Non dire parole inutili o atte a far ridere. […]». L’intero capitolo VI è dedicato alla “De taciturnitate”, che in italiano viene tradotto nel più semplice concetto di “silenzio”. La “legge del silenzio” diviene, invece, obbligatoria ed assoluta “dopo Compieta”, come prescritto dal capitolo XLII. Di
questa importante Regola, quella che può essere ritenuta l’“istruzione” più importante per una vita armonica all’interno di una qualsiasi comunità è la 71-esima del capitolo IV: «Tornare in pace con chi si è in discordia prima che tramonti il sole». Perché anche le parole dovevano (rectius, devono) essere utilizzate con il monastico “senso della misura”!

Dal "messaggio papale" ad un libro ed un percor-so formativo sul "silenzio".

«Il silenzio è anche la lingua di Dio ed è anche il linguaggio dell'amore, come sant’Agostino scrive: “Se taci, taci per amore, se parli, parla per amore”. Non sparlare degli altri, non è solo un atto morale, ma un gesto umano, perché quando “sparliamo” degli altri, sporchiamo l’immagine di Dio che c'è in ogni uomo»: è uno dei concetti espressi da Papa Francesco nella prefazione alla recente edizione del

libro di fra Emiliano Antenucci “Non sparlare degli altri!”. Il Pontefice ha osservato che «È importante l’uso giusto delle parole. Le parole possono essere baci, carezze, farmaci oppure coltelli, spade o proiettili. Con la parola possiamo bene-dire o maledire, le parole possono essere muri chiusi o finestre aperte». Secondo Francesco, «siamo “terroristi”, quando buttiamo “le bombe” del pettegolezzo, della calunnia e dell’invidia».

Il Cappuccino fra Emiliano Antenucci ha messo a punto un apposito corso spirituale, denominato “silenzio, parla il Silenzio”, perché è fondamentale educare alla cultura del “silenzio” in questa società rumorosa e troppo spesso strillata; nel suo libro fornisce importanti lezioni:

a) Perché parliamo male degli altri.

1) Perché non siamo felici; 2) per mancanza di autostima e anche di Dio-stima; 3) per la rabbia interiore; 4) per stare al centro dell’attenzione; 5) per manipolare gli altri; 6) per invidia dei doni degli altri; 7) per essere schiavi delle nostre idee; 8) per aumentare la nostra popolarità; 9) per fare un gruppo proprio isolando la persona di cui si dice il male. Si può essere anche alleati nel male contro qualcuno; 10) sparlando degli altri andiamo contro la benedizione del Cielo. Il Signore ci ha creati tutti per bene-dire, non per male-dire; 11) per non dialogare. Il dialogo è parlare in faccia e non alle spalle delle persone; 12) sparlare degli altri ci fa sentire “giusti” dandoci una falsa sicurezza, ma ci fa prendere le distanze dal comandamento dell’amore di Gesù che ci dice di “non giudicare per non essere giudicati”, cioè per essere liberi. [p. 9]

b) Rimedi per non sparlare.

1) Prima di giudicare, guardarsi allo specchio, farsi l’esame di coscienza; 2) fare memoria dei propri peccati e dell’amore di Cristo che muore per noi sulla croce; 3) mordersi la lingua; 4) fermarsi in silenzio davanti a Dio; 5) cercare il lato positivo delle persone e non il lato negativo; 6) pregare per la persona calunniata; 7) essere discreti nel conservare i segreti del cuore confidati; 8) essere testimoni di luce, di gioia e di amore nella propria vita; 9) chiedersi che cosa abbiamo fatto per Cristo, che cosa facciamo per Cristo, che cosa dobbiamo fare per Cristo [Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali,
n. 53,2]; 10) confessarsi per i peccati di “lingua” che distruggono la pace, la gioia e l’unità tra le persone; 11) meditare la Parola di Dio che è una medicina per le proprie parole; 12) invocare la Vergine del Silenzio che ci aiuti in questo cammino. [p. 10]

c) Tecniche di conversione del cuore.

1) Guardarsi allo specchio; 2) guardare il crocifisso; 3) guardare i poveri; 4) guardare la natura; 5) guardare la vita e anche oltre la morte. [pp. 11-13]

d) Il cammino del silenzio.

Il silenzio è un «percorso sensibile e spirituale», che parte dall’orecchio, giunge alla bocca, va a finire alla mente e arriva al cuore. [pp. 14-15]

La verità sta nel silenzio

Per concludere, sembra utile riportare il passaggio conclusivo dello scritto del noto monaco benedettino tedesco Anselm Grün, nel suo volume Il cammino del silenzio: «L’esperienza del silenzio vi libera dalla frenesia in cui molti ricadono perché si lasciano condizionare dalle attese degli altri. Lo spazio del silenzio vi rende realmente liberi, sani e integri, originali e autentici, limpidi e puri: vi fa sentire a casa anche in mezzo alla folla, perché il mistero divino abita in voi»

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